LA CHIESA D’OGGI E IL MESSAGGIO CONCILIARE – Mons. Ugo De Blasi

Maggio 13th, 2007

(Relazione al Corso residenziale del Centro Italiano Femminile della provincia di Lecce, soggiorno “Trieste” Laghi Alimini, settembre 1977)

Vi comunicherò la mia valutazione del tema assegnato, facendo due premesse, prese dal cassetto dei ricordi. All’indomani del 25 gennaio 1959, cioè all’indomani di quel giorno in cui nella Basilica di S. Paolo fuori le mura, Papa Giovanni, sorprese tutti, comunicando questa notizia come se fosse una nota di cronaca: “Si terrà un Sinodo per la chiesa di Roma, di cui il Papa è Vescovo; si terrà un Concilio per la Chiesa universale”. Con un confratello ci scambiavamo le impressioni sulla notizia; ci domandavamo quale dogma sarebbe stato definito nel Concilio, quale punto della dottrina rivelata sarebbe stato messo maggiormente in luce. Ripensando a quel colloquio ho ammirato sempre di più la Provvidenza di Dio che ispirava un Concilio tutt’altro che per quegli scopi per cui, quasi sempre nei secoli precedenti se n’erano tenuti venti (non sono molti per quasi 2.000 anni di storia della Chiesa). Nessun dogma è stato definito, nessuna condanna è stata pronunciata. Il Concilio ha dimostrato la validità della Chiesa, l’opportunità di questa assemblea i cui frutti vanno maturando, forse a rilento, ma non tanto, anche se non si adeguano a quel ritmo piuttosto precipitoso con cui, invece, si svolgono altri avvenimenti umani. Ho detto: frutti che si raccolgono a rilento ed è la seconda delle premesse e questa rientra nei ricordi scolastici. Si imparava a scuola, studiando la storia della Chiesa, che il 7 dicembre 1563, dopo 18 anni dal 13 dicembre del 1545, si chiudeva il Concilio di Trento. Pio V, che succedeva al Papa Pio IV suggellatore di quell’assemblea, fece un po’ come Paolo VI, si mise di buona lena e un anno dopo l’altro obbedì alle direttive del Concilio pubblicando prima gli atti, poi il catechismo romano, il messale, il breviario, nel giro di 6 anni di pontificato (1566-1572). Ma gli atti del Concilio di Trento, pubblicati dietro sollecitazione di S. Carlo Borromeo, non figurarono sul tavolo della collettività dei credenti come gli atti del Concilio Vaticano II. Anzi la storia, registrò un fenomeno che oggi è caratteristico dell’ambiente politico: il mondo si divise – per così dire – in due blocchi, il blocco, cioè, di coloro i quali accettavano i decreti del Concilio di Trento e il blocco Buy cheap Ampicillin di coloro i quali vi facevano opposizione. E senza andare tanto lontano a esemplificare: nel 1627-28, per la terza volta, il Papa mandava a Lecce un visitatore apostolico perché il Vescovo si decidesse a mettere in atto i decreti del Concilio tridentino. Queste due premesse, per dirvi in che tempo favorevole il Signore ci ha chiamato a respirare l’aria storica, di un Concilio che si qualificherà, nonostante tutte le prospettive, pastorale e anche per questo non dividerà il mondo in due blocchi se pure la cronaca ci mette a conoscenza di qualche situazione che vorrebbe che le cose non fossero andate così come il Concilio, invece, sotto la spinta dello Spirito Santo le ha condotte. La parola mistero ci ricorda immediatamente Dio non tanto perché si tratta di una verità che noi non possiamo comprendere con la nostra intelligenza, ma soprattutto perché si tratta di una verità vasta, sconfinata così come è la verità che riguarda Dio. Per me, allora la Chiesa di oggi è la Chiesa di sempre. Il numero 1 della “Lumen gentium“, non dirò finalmente, ci ha dato una definizione della Chiesa. Sfogliate tutti i testi di teologia, risalite a quel gigante della catechesi e delle controversie che risponde al nome del santo gesuita Roberto Bellarmino, di definizioni ne troverete, ma il Concilio ci ha detto che è come un sacramento cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano. Questa idea intorno alla Chiesa voi non la trovate in nessun altro testo. Ci voleva un Concilio sotto l’afflato dello Spirito Santo per ricordarci questa formulazione, questo concetto. I primi paragrafi della “Lumen gentium” si diffondono a rendere poi tangibile questa idea, questo concetto con il ricorso a immagini. Il numero 5 della “Lumen gentium” è tutto dedicato a ricordare come la Chiesa, attraverso i secoli, si è presentata come un ovile, come un campo, come un edificio, come il corpo mistico di Cristo, finalmente come il popolo di Dio: siamo al vertice! Permettetemi, però che queste immagini, tutte attraenti, tutte valide, io in questa circostanza le tralasci e mi serva di un’immagine con cui io simpatizzo, anche per essere in clima con la spiaggia alle spalle. La più bella immagine della Chiesa per me è la barca di Pietro che è stata protagonista insieme con il suo titolare, specialmente sulle sponde del lago di Genezaret, nelle vicinanze di Cafarnao, di tanti episodi, i più diversi, in un’alterna vicenda che giustifica l’aspetto di simpatia che io ci trovo. Sicché quando chiamo il Papa colui che è a capo della “mistica barca”, so di rifarmi al Vangelo, ma so soprattutto di rifarmi ad un’immagine che me lo rende molto più autentico per quella che è la mia prospettiva. Questa barca che, quasi cullata dalle onde di un lago, qualche volta capriccioso, offriva al Maestro possibilità di elevarla a cattedra, parlando da essa; questa barca che qualche volta gli ha offerto anche ospitalità per un sonno ristoratore; questa barca che altra volta lo ha determinato a stagliarsi con la sua personalità divina e a gridare forte alle onde e si faceva la calma; questa barca di cui Pietro e compagni conoscevano, palmo palmo, l’ossatura e che un giorno hanno visto sballottata come un guscio di noce fino a gridare, loro, vecchi lupi di mare: “Maestro, salvaci, siamo perduti” incassando poi un giusto rimprovero: “Uomini di poca fede perché avete dubitato”; questa barca associa la sua mobilità alla solidità della roccia, che è Pietro. Barca! “La Chiesa non è un sottomarino”, è il titolo d’un libro reclamizzato in questi giorni; non naviga sott’acqua, è abituata a star sempre in superficie, ed io aggiungo: la Chiesa non è un transatlantico (nè in servizio nè in disarmo), non è così comoda, così lussuosa come queste città galleggianti; è una barca così come le vediamo nel nostro lembo di mare adriatico, una barca che facilita un lavoro, un pane a chi la usa per la pesca; è una barca con cui si rischia anche nell’ affrontare le onde. Qualcuno ama fare anche il navigatore solitario con una barca; troppo audace, molto ardito. Ma si sa la barca, per quanto sia il primo dei mezzi di movimento in mezzo all’acqua, e oggi sia superata tanto da ritenerla un pezzo di archeologia, per altrettanto la barca richiama il concetto di mare immenso. La Chiesa di oggi è la barca di Pietro, un simbolo ed una realtà, un’immagine ed una storia. più mi attacco a questa idea della barca di Pietro, più, modestamente, capisco la Chiesa. Il numero di “Il Regno Documenti” che mi serve per altro scopo in questa relazione, in terza pagina di copertina, fa la propaganda di una diffusa storia della Chiesa dalle origini ai nostri giorni, ebbene, la rèclame è così presentata: “E’ piuttosto facile drammatizzare sulla crisi in cui si dibatte la Chiesa oggi”. Rèclame, cronache, polemiche, notizie tendenziose rischiano di far perdere il senso delle proprie azioni, trasfigurando una crisi di crescita in una disgregazione della società ecclesiale. Il pessimismo sulle prospettive del futuro e l’allarmismo degli innegabili franamenti che si verificano non possono trovare antitodo migliore della conoscenza serena e approfondita delle vicende spesso drammatiche che compongono la storia della società cristiana. Una società che sta sulla soglia del terzo millennio, una società che è destinata a salvare gli uomini di tutti i tempi, sotto tutti i cieli! E comprendete quanto questo programma sia difficile ad attuarsi senza che in noi, attori e spettatori insieme, si verifichi talvolta sfiducia e disorientamento. Buon per noi che alla guida di questa fatidica barca c’è chi lo Spirito Santo ha voluto che tenesse in pugno il timone, Paolo VI. L’ultima pubblicazione di un opuscolo che non si apprezzerebbe per quel che contiene, raccoglie i discorsi del Papa nei notissimi mercoledì di ogni settimana, tenuti durante l’estate scorsa. E’ sempre una tematica che svolge il Papa in un arco di tempo più o meno ampio; ha impiegato i mercoledì dell’estate 1976 per ricordare all’uditorio cosmopolita che la grazia del Signore non rendeva soltanto entusiasta incontrarsi con il Papa, ma attento anche alla sua parola, aperto alla sua semina per impiegare tutti quegli incontri a ricordarci che è tempo di costruire. In quei discorsi (che l’editrice “Ave” ha racchiuso in un libretto, da sembrare un dèplian) si trova la ragion d’essere della nostra presenza nella Chiesa, nell’anno di grazia 1977. Quante volte si dice di fronte a ciò che succede di tragico, di disumano nella nostra storia: se levassero la testa dal Sepolcro coloro i quali ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace; se ricomparissero per le nostre strade! Meno male che il Signore questo non lo permette perchè son nati, vissuti, tramontati in un preciso momento storico, per cui la provvidenza li aveva preparati. Noi, pur sentendo il contraccolpo nella nostra fragilità, tuttavia siamo ancora in piedi, siamo ancora al nostro posto che, proprio perché è di responsabilità è un posto di sacrificio, e vediamo che il finimondo da tanti ipotetici profeti, da tanto redivivo cassandre preannunziato, il finimondo a tutt’oggi non si è compiuto, perché nessuno può cancellare capitoli così densi quali sono il nono, il decimo, l’undicesimo della lettera di Paolo ai Romani; di quel Paolo che, sentendo tutto il fremito della sua carne per un popolo che aveva abbandonato le posizione di privilegio, di popolo della prima alleanza, che però non ha tagliato i ponti con la misericordia del Signore, afferma che prima ha da restaurarsi questa posizione del popolo israelita, ha da rientrare nell’unità dell’ovile di Cristo, e poi il Signore dirà basta al tempo per dare via libera all’eternità. Costruire la Chiesa: altra volta si parlava di operai della vigna (mi rifaccio al volume di Giovanni Papini Operai nella vigna) cioè di quanti si sono occupati a dissodare il terreno per mandato ricevuto da Dio. Domenico Mondroni, invece, il letterato della “Civiltà Cattolica”, ha pubblicato un primo volume Costruttori della Chiesa. Ecco il termine che oggi ci vuole. Per Giovanni Papini era efficace l’allegoria evangelica “Andate anche voi nella mia vigna”; per Mondroni è più felice, è più congeniale l’idea di chi si rimbocca le maniche e si adegua ad un lavoro di costruzione che è certamente un lavoro duro, un lavoro pesante. “Costruttori della Chiesa” e penso a che cosa oggi è la Chiesa, penso al verbo al futuro a cui forse non si bada a sufficienza “Tu sei Pietro e su questa 4seohunt.com/www/www.donugodeblasi.org. pietra edificherò la mia Chiesa”. Non a caso il Signore si è servito di una verbo al futuro; Lui si è preoccupato di mettere la pietra su cui innalzare l’edificio, ma l’edificio è in continua costruzione, ognuno di noi deve portare la sua pietra e ogni pietra alza muro; non mi risulta che togliendo una pietra si fortifichi una casa, ma aiutando a portare una pietra si costruisce una casa. Mi risulta che altrove, o per mancanza di mano d’opera, o per mancanza di fondi, si lancia l’idea di costruire una casa per chi non l’ha, compreso il Signore, portando ciascuna una pietra. La Chiesa di oggi, è in fase di costruzione. Ci meravigliamo oggi che non è terminato il Duomo di Milano, S.Petronio di Bologna, ci sono cioè degli edifici di cui non si potrà forse mai mettere l’ultima pietra. Per la Chiesa, l’ultima pietra ci sarà soltanto quando avrà esaurito il suo compito, la sua missione di essere sacramento cioè mezzo e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano. Ci troviamo di fronte ad un edificio che ci alloggia ma che non è terminato, a un edificio che è in costruzione con l’apporto di tutti con i pro e i contro che situazioni del genere possono determinare soprattutto in omaggio all’immagine della barca di Pietro. Per rimanere nel contesto marinaro della barca di Pietro, se siete d’accordo, le quattro costituzioni, i nove decreti, le tre dichiarazioni del Concilio, io li sintetizzo in una parola evangelica detta da Gesù al pescatore di Galilea “Duc in altum” “piglia il largo” potrei dire “verso il mare aperto”. Così Gesù sospingeva Pietro alla guida della sua barca. Lui che di mare si intendeva poco dal punto di vista professionale e Pietro che con il mare era in dimestichezza. “Duc in altum” piglia il largo, lanciati verso il mare aperto. Avrà detto così lo Spirito Santo alla grande anima di Papa Giovanni, l’uomo mandato da Dio. L’ultima pubblicazione su di lui che mi ha riempito il cuore di tanta gioia è la conferenza tenuta dal suo segretario Mons. Capovilla nell’oratorio di S. Filippo Neri a Roma. Una conferenza, arricchita di documenti e di lettere scritte, però, prima di ascendere al soglio di Pietro. In una di queste pagine, colui che fu il confidente più che il segretario di Papa Giovanni, nota tra l’altro come, verso gli ultimi giorni di Papa Roncalli, si era sparsa la voce quasi che il Papa si fosse pentito di avere avviato il Concilio, colpito negativamente da quello che il Concilio frainteso aveva determinato in alcuni settori della Chiesa. Osserva il segretario: “nulla di più falso”. Il primo a cui, anche in anticipo rispetto al citato 25 gennaio, Papa Giovanni aprì il suo pensiero intorno a un Concilio fu il Segretario di Stato cardinal Tardini. Egli svelò il suo pensiero appropriandosi delle parole del profeta “Prendi una posizione, raduna un Concilio”. E parlare di pentimento per aver dato ascolto al soffio dello Spirito Santo, significa ignorare il mistero della Chiesa. Il messaggio del Concilio è proprio in quella parola di Cristo “Prendi il largo, verso il mare aperto”. Il mare aperto non fa paura come non fanno paura le cime agli scalatori che ne subiscono tutta l’attrattiva, tutto il fascino. Ed è venuto così un mare aperto nella indagine teologica, nell’azione pastorale, nella disponibilità al dialogo; non posso sviluppare queste indicazioni, però ci ho tenuto a dire che per me mare aperto vale questo nella indagine teologica. Ma sapeste che godimento c’è adesso a percorrere varie componenti della Rivelazione ben distinguendo sempre tra teologia e fede; che soddisfazione c’è per l’intelligenza nell’aggrapparsi sempre di più a quella verità che tanto ci sublima, anche laddove si strumentalizza la teologia! Non credo che sia neppure la cattiva intenzione; (l’eccezione, se c’è, conferma la regola) nell’azione pastorale. Forse è un’esperienza che incomincia a toccarmi; I miei anni di sacerdozio e i miei non pochi anni di vita mi autorizzano a parlare con l’esperienza di una esistenza condotta alla scuola di Cristo, con una dedizione all’avvento del Suo Regno, nelle coscienze e nel mondo. Che respiro nell’azione pastorale! Non quel respiro che ribalta, che capovolge, che della periferia fa il centro; spesso noi della periferia diventiamo centro sganciandoci dal centro che è Cristo, che è la Sua Fede, che è la Sua Parola, che è la Sua Eucaristia. Che respiro in quest’azione pastorale che tutti chiamiamo servizio ai fratelli, dal più alto, da Lui che già da lontano, da Gregorio Magno, ha ereditato l’appellativo di “Servo dei servi di Dio”, all’ultimo credente che sa non esserci posto nella Chiesa per nessuna posizione passiva, che ciascuna è chiamato a svolgere un suo ruolo, un ruolo di attività, un ruolo di presenza nella stupenda unità del Corpo mistico di Cristo nella disponibilità al dialogo. E’ il fenomeno che forse più sorprende; non avevamo mai avuto dei nemici, avevamo ammorbidito il termine di eretici, di protestanti con l’altro di fratelli separati; oggi, anche il termine separati si cancella e parliamo di fratelli che non sono nella pienezza di comunione con noi; è il termine che meno dispiace perché in realtà manca questa pienezza di comunione. E questo è frutto di un dialogo lanciato da Giovanni XXIII e da Paolo VI fin dalla prima Enciclica forse presto dimenticata “Eclesiam suam“, prefazione al documento conciliare “Lumen gentium” a quel Paolo VI che se noi ricordiamo con ammirazione per la “Popularum progressi” per la “Communio et progressio” per la “Octogesima adveniens“, dovremmo ricordarlo con particolare ammirazione per un attualissimo documento che il popolo cristiano ha lasciato cadere nel silenzio l'”Evangeli nuntiandi“. L’esortazione apostolica, alla fine dell’Anno Santo 8 dicembre 1975 e che a mio modesto avviso tratta il tema “La Chiesa di oggi e il messaggio Conciliare”. Vi inviterei a farlo oggetto di lettura, di riflessione; vi accorgerete in che rapporto sta la Chiesa di oggi con il messaggio conciliare; vi convincerete che la Chiesa è questo: è il prolungarsi del Verbo incarnato; è Cristo il Verbo di Dio fatto Parola, che la Chiesa può anche parlo per assurdo rinunciare all’Eucaristia e nella chiesa del silenzio molte anime sacerdotali son private della gioia di celebrare l’Eucaristia, molti fedeli non ricevono se non a lunga scadenza e di soppiatto, quasi fosse un delitto l’Eucaristia. L’ultima traduzione del Nuovo Testamento, il libro di cui tanto si è parlato, ha evitato questa difficoltà del prologo giovanneo “in principio era il Verbo” come abbiamo tradotto per tanti anni. Io pensavo, come penso spesso nell’omelia, nella catechesi ai piccoli che, imparando le parti del discorso, sanno che il verbo è una delle parti nobili del discorso e facevo fatica a richiamare loro il mistero trinitario “in principio era la parola, e la parola si è fatta carne in Cristo, la parola si è fatta carne nella Chiesa, prolungamento di Cristo”. E’ tutto questo perché questa è la Chiesa, da quando il Concilio ne ha rinfrescato i lineamenti, la Chiesa è ritornata ad essere la parola incarnata che grida con Paolo “guai a me se non evangelizzo”. La stampa di oggi annuncia imminente il quarto sinodo dei Vescovi con una tematica che lo riaggancia al precedente: evangelizzazione, da cui è venuta fuori l’esortazione apostolica “Evangeli nuntiandi” oggi, per una catechesi adeguata ai tempi nuovi. A sentirne soltanto il tracciato, riguardano le cinque opzioni, gli aspetti più urgenti della catechesi nel nostro tempo. A proposito dei nuovi modi della catechesi si propone una catechesi della comunità cristiana per la comunità cristiana; a proposito dei contenuti e della pedagogia della catechesi si propone una catechesi del Vangelo e secondo il Vangelo; a proposito dei destinatari, ecco una catechesi della buona novella ai poveri; a proposito della diversità delle situazioni e dei metodi occorre una catechesi adeguata alla complessità della cultura contemporanea e, circa i responsabili, la scelta è sulla comunione e sulla corresponsabilità di tutti, sacerdoti e laici nell’impegno catechistico. Altro che un transatlantico in disarmo, la Chiesa è una barca che non teme le onde, che sa mettersi di fronte alla realtà storica in cui la provvidenza vuole che abbia a navigare. Non posso tacervi poche righe del documento “Evangeli nuntiandi” laddove il Pontefice pone degli interrogativi che non possono lasciarci insensibili: – che ne è della Chiesa a dieci anni dalla fine del Concilio ? – É veramente radicata nel cuore del mondo e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo? – Rende testimonianza della propria solidarietà verso gli uomini e nello stesso tempo verso l’assoluto di Dio? – E’ più ardente nella contemplazione e nella donazione e, in pari tempo, più zelante nell’azione missionaria, caritativa, di liberazione? – E’ sempre più impegnata nello sforzo di ricercare il ristabilimento della piena unità dei cristiani che rende più efficace la testimonianza comune affinché il mondo creda? Siamo tutti chiamati in causa per le risposte che si potrebbero dare a questi interrogativi. Se la chiesa se li pone vuol dire che è viva ed operante e merita per questo tutta la nostra fiducia, tutto il nostro amore.

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