Testimonianza di don Alfredo Calò

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                                                                             Martedì, 2 marzo 2004.

                                                                  (prima settimana di quaresima).

La celebrazione eucaristica è presieduta da don Alfredo Calò.

Lettura:  Is 55,10-11; Mt 6,7-15.

 

Omelia: don Alfredo, visibilmente commosso, dice: sto poco bene ma celebro con gioia l’Eucaristia, in questa Basilica, perché ho un debito verso mons. De Blasi.

E’ molto vivo in me il suo ricordo; il suo esempio e i suoi insegnamenti mi hanno accompagnato tutta la vita.

Abbiamo ascoltato il passo evangelico di San Matteo “Voi dunque pregate così:  padre nostro che sei nei cieli”.

In questo momento mi sembra di sentire la voce tuonante di don Ugo quanto ci faceva riflettere sulla preghiera del  padre nostro.  Non possiamo chiedere perdono a Dio, diceva, se non siamo misericordiosi con i nostri fratelli; nella misura in cui perdoniamo, sarà perdonato a noi.

Era questo il suo insegnamento, un insegnamento che  don Ugo  testimoniava con la  vita.

Vi comunico  dei  ricordi personali.

Nell’anno 1949  frequentavo la IV ginnasiale in seminario; don Ugo  era padre spirituale nel seminario e docente di matematica nella mia classe. Un giorno, verso la fine dell’anno, la classe in attesa di don Ugo, tra una lezione e l’altra, stava discutendo animatamente su come manifestare la gratitudine a don Ugo. Questi, arrivando, sentì chiasso e, per punire noi studenti, ci fece uscire tutti dalla classe e aggiunse: ci rivedremo agli esami. A me che cercavo di giustificarmi disse: tu sarai bocciato e oggi, per punizione, in refettorio resterai in ginocchio.

Nel pomeriggio andai a confessarmi da don Ugo e gli spiegai le ragioni del chiasso.

Don Ugo mostrò con il volto il suo rincrescimento e il giorno dopo chiese scusa a me e a tutta la classe . Fu, per tutti, una bella lezione di umiltà.

Un’altra volta ero in lite con mio fratello più piccolo, anch’egli seminarista,  andammo tutti e due a confessarci. Don Ugo fissandomi negli occhi, dopo la confessione, mi disse: tu vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello e non vedi la trave che è  nel tuo occhio. Dinanzi a quello sguardo e a quelle parole, confuso e pentito, corsi da mio fratello e gli chiesi perdono.

Quando ero prete don Ugo mi disse: ho un debito verso tuo padre; mi spiegò che erano andati insieme a bottega dal falegname D’Urso, in Via A. Galateo e quando entrò in seminario mio padre gli portò una busta con del denaro perché comprasse dei libri. Per questo gesto don Ugo gli fu sempre riconoscente.

Chi ha conosciuto don Ugo sa bene che dietro il suo aspetto  severo palpitava un cuore tenero e paterno.

Don Ugo era un uomo limpido, trasparente, obbediente e solo Dio sa quanto gli è costato l’esercizio di questa virtù!  La sua è stata un’obbedienza molto sofferta.

Quando le cose non andavano bene e aveva seri contrasti, serenamente obbediva e diceva: le umiliazioni passano, le istituzioni restano.

Quando a me fu dato l’incarico delle missioni ero molto incerto se accettare o rifiutare, don Ugo mi incoraggiò ed io serenamente diedi il mio assenso.

Grazie, don Ugo. Sono venuto per pagare il mio debito, sono venuto per ringraziarti pubblicamente per le grandi lezioni di vita che mi hai sempre dato.